Dopo la petizione su Change.org e i diversi appelli per la sua approvazione, su spinta del Ministro della Salute Speranza il governo ha inserito nel decreto Milleproroghe il bonus per l’assistenza psicologica . Si attendono maggior dettagli, ma dovrebbe trattarsi di un voucher fino a 600 euro a disposizione di chi soffra di malesseri o disturbi mentali, causati o meno della pandemia.
Con le parole di una giovane psicologa clinica, Giorgia Quadrelli, comprendiamo meglio i motivi per cui è importante parlare di salute mentale e soprattutto quanto può davvero valere un investimento di denaro per garantire l’accesso più ampio possibile a un percorso di terapia.

Perché è importante il bonus psicologo?
«I problemi psicologici dei cittadini sono spesso sottovalutati e non trattare o ignorare un disagio psichico al suo nascere può portare al governo una spesa maggiore in futuro. Una volta che il malessere raggiunge fasi più acute potrebbe esserci bisogno di ricoveri, assistenza farmacologica e psichica per lunghi periodi e i disturbi psichici spesso diventano cronici e pervasivi nella vita quotidiana. Queste spese, che già sosteniamo, potrebbero essere arginate il problema è preso per tempo e ciò può accadere solamente garantendo una maggiore accessibilità per tutti ai servizi psicologici e facendo prevenzione su vari livelli. In questo modo le persone si sensibilizzano anche di più in generale sulla malattia mentale».

L’introduzione del bonus potrebbe cambiare la visione distorta che c’è sul cominciare una terapia?
«Se fosse data la giusta importanza al benessere e al trattamento del malessere psichico forse tanti tabù riguardante lo psicologo crollerebbero, rendendo così anche le persone più consapevoli. Sicuramente l’introduzione del bonus è un incentivo, perché si arriva magari a chiedere aiuto prima di arrivare a provare un malessere insopportabile. Se il governo svaluta il benessere psicologico, di conseguenza anche i cittadini lo svalutano e non gli danno la giusta importanza, ignorando possibili sintomi. Questo amplifica le credenze popolari e la vergogna di andare dallo psicologo, che è molto diminuita negli anni, ma purtroppo ancora presente».

La salute mentale può essere considerata una nuova emergenza sanitaria: quali potrebbero essere le altre strade percorribili per rispondere al bisogno di salute psicologica?
«In primis ribadisco che il bonus è importante per facilitare l’accesso a tutti e oltre a questa iniziativa sarebbe utile fare tanta informazione: entrare nelle scuole, incentivare quindi psicologia scolastica e infantile, dare la giusta importanza ad ascoltarsi e ad ascoltare i propri stati mentali, educare alla comprensione dell’altro e all’empatia. Perché se una persona conosce avrà meno paura di qualcosa. Durante la piena emergenza è stato chiesto a medici, anche tirocinanti, neolaureati o specializzandi di lavorare subito nei reparti, mentre a noi psicologi non è stata data la possibilità di fare assolutamente niente e non c’è stata un considerazione. Stanziare dei fondi significa prendere in considerazione il problema che c’è ed è evidente».

Pensi che oggi uno psicologo debba presentarsi come il ruolo che ha un medico di famiglia?
«Credo che lo psicologo dovrebbe essere presente negli studi medici insieme al medico di base. Spesso, perché non c’è abbastanza conoscenza, non viene riconosciuta una sintomatologia che può essere generata da un problema psichico e quindi ci si riferisce solo al medico di base, che però non ha le competenze per gestire un malessere mentale. Quindi il medico deve fare gli accertamenti fisici e in caso di un collegamento, uno psicologo può essere lì pronto a riconoscere certi sintomi. Il modo di dire “mens sana in corpore sano” riassume tutto. È importante sia il corpo che la mente e non va trascurata la salute di nessuno dei due».

Tra i progetti del bando di inclusione urbana, condivisione e cura del territorio ToNite, è nato un nuovo e importante presidio territoriale. Cofinanziato dal programma Urban Innovative Actions nell’ambito del Fondo Europeo per lo sviluppo regionale, si chiama ApeCare ed è un progetto sociosanitario mobile, un furgoncino Ape trasformato in punto informativo che nella zona lungo la Dora, soprattutto di pomeriggio e sera, accoglie persone che si trovano in situazioni di fragilità e marginalità offrendo ascolto e supporto per accedere a cure primarie e corsi di italiano.

A impegnarsi in questo progetto sono volontari provenienti da due realtà: l’Associazione Camminare Insieme, che si occupa di promuovere il diritto alla salute e l’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi di Torino, impegnato nell’accoglienza di chi arriva da altri paesi.

Alla guida dell’Ape troviamo Chiara Barbonese, una giovane volontaria: «Ci troviamo vicino al Ponte Mosca, in prossimità di Porta Palazzo, tre volte alla settimana – ci dice – il martedì, mercoledì e giovedì dalle 17 alle 20. Il nostro obiettivo è incontrare, fornire aiuto, conoscere e offrire orientamento e accompagnamento ai servizi sociosanitari della nostra città a chi non riesce ad accedere alle risorse e ai servizi del territorio per mancanza di conoscenza o barriere linguistiche. Ma non solo – continua – perché facciamo anche attività di pulizia per le strade grazie all’attrezzatura che ci fornisce l’Amiat e tutti possono decidere di unirsi a noi».

Le attività svolte sono dunque diverse. Per chi è senza casa, non parla o non capisce l’italiano, non ha le giuste informazioni o non ha un cellulare, è difficile poter prenotare una visita medica, soprattutto ora che l’accesso ai servizi sanitari è diventato complicato a causa dell’obbligatorietà della prenotazione. Chiara ci racconta alcune azioni concrete: «Quello che facciamo è accogliere continuamente richieste di aiuto, ad esempio tramite l’Associazione Camminare Insieme ho prenotato una visita ginecologica a una ragazza perché non aveva le mestruazioni da qualche mese e non era a conoscenza dei servizi territoriali. Abbiamo poi conosciuto un ragazzo di origine nordafricana con dei dolori ai denti. È venuto a trovarci il giorno dopo, l’abbiamo inserito in lista d’attesa per il dentista e si è anche iscritto alla scuola di italiano». Le richieste quotidiane sono tante: alcuni cercano un posto dove dormire, altri hanno bisogno di informazioni sulla cittadinanza, altri ancora cercano lavoro.

ApeCare si sta facendo conoscere nel quartiere. Tra le tante persone che partecipano attivamente al progetto, anche l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino e l’Assessora alla Transazione ecologica e digitale Chiara Foglietta: durante l’appuntamento dello scorso mercoledì hanno ringraziato tutti i volontari e le volontarie che decidono di scendere in strada per aiutare e soprattutto per rendere una città più inclusiva per tutti.
L’obiettivo è anche quello di coinvolgere il più possibile i residenti del quartiere, i frequentatori e i commercianti e instaurare così anche un rapporto di fiducia. Tutto questo può avvenire grazie a volontari come Chiara, animatori territoriali che si pongono con un atteggiamento amichevole, informale e privo di giudizio; in sintesi, protagonisti del cambiamento.

Torino Città per le Donne è un’associazione di promozione sociale nata a novembre del 2020 fondata da Antonella Parigi, Arianna Montorsi, Laura Orestano e Maria Claudia Vigliani, professioniste in vari ambiti. L’obiettivo? Portare al centro del dibattito elettorale il tema della parità e stilare un piano strategico di genere per trasformare Torino in una città a portata di tutte.
Il Piemonte non ha ancora una legge elettorale regionale che favorisca le pari opportunità. L’associazione ha così elaborato una proposta che promuove e assicura condizioni di parità di accesso alle cariche elettive, in modo da promuovere l’equilibrio della rappresentanza.

La proposta di legge prevede in primo luogo l’introduzione della doppia preferenza di genere, cioè la possibilità di esprimere fino a due preferenze di voto purché di genere diverso, in seconda istanza propone liste elettorali che indichino candidati e candidate in ordine alternato, infine un numero pari di uomini e donne candidati per ciascuna lista.
Per far sì che la proposta arrivi in Consiglio Regionale, dalla scorsa settimana e per i prossimi sei mesi è possibile firmare il programma in una serie di appuntamenti a Torino. Questo fine settimana ci saranno diversi banchetti in giro per la città: sabato 12 marzo dalle 10 alle 13 al mercato di corso Brunelleschi e dalle 15 alle 18 in via Garibaldi angolo Piazza Castello; domenica 13 marzo sempre dalle 10 alle 13 sarà invece possibile firmare al Giardino Forbito di Piazza Carlo Felice.

Per arrivare a tutto questo il gruppo di Città per le donne ha in primis svolto un grande lavoro di analisi e ascolto per capire al meglio le esigenze al femminile. Quando un gruppo di persone, donne, è escluso da incarichi di vertice fa fatica a inserirsi, quasi giustificando e quasi normalizzando il contesto di disparità. Oggi, però, l’occasione per cambiare esiste grazie anche alla partecipazione attiva di oltre 400 persone, uomini e donne ispirati da otto parole chiave: amministrare, lavorare, decidere, educare, abitare, curare, promuovere benessere e convivere. Parole che toccano tutti gli ambiti della città: dagli spazi adeguati ai bisogni e ai desideri delle donne all’educazione per costruire rapporti e relazioni basati sulla pari dignità, dall’accesso a ruoli di leadership a un’amministrazione pubblica più attenta all’inclusione.
Tutti questi temi sono stati inseriti in un documento finale pensato e creato per avere effetti positivi sull’intero tessuto urbano.

Dopo la pandemia anche Torino è una città ferita: la percentuale di donne che ha perso il lavoro è stata doppia rispetto a quella dei maschi, sono state penalizzate le donne con figli e sono aumentate le violenze domestiche. Che cosa si aspetta Torino Città per le Donne con la presentazione della proposta elettorale e dei vari progetti? Un aumento di donne che lavorano in qualsiasi ambito, anche in posizioni di leadership; ragazze che studiano materie scientifiche e che scelgono senza ostacoli la maternità, donne che siano ben integrate e incluse nelle scelte decisionali per la città.
Come raggiungere questi obiettivi? Aumentando la partecipazione femminile in qualsiasi settore, rimuovendo ogni forma di discriminazione e violenza. In poche parole, educando la società per arrivare a un bene comune condiviso da chiunque viva in città. Non solo l’8 marzo.